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Cusio-Monte Avaro
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La Valle Averara ottenne una prima autonomia dalla Valsassina con lo Statuto concesso nel 1358 da Bernabò Visconti. Con il successivo dominio veneto non solo vennero confermati statuto e privilegi acquisiti, ma Venezia fu sempre sensibile alle richieste degli abitanti, forse anche in considerazione del valore strategico di questa terra di confine, la cui fedeltà non fu comunque mai in discussione.
Già allora l'emigrazione era la principale se non l'unica fonte di sostentamento ed era consuetudine dei cusiesi appellarsi alla benevolenza veneziana per ottenere esenzioni dai tributi, poichè il paese per l'estrema povertà non aveva nient'altro da offrire che "il sangue dei suoi abitanti". L'immagine è retorica ma alla sua indubbia efficacia viene fatto riferimento in una supplica inviata nel 1740 al doge Pisani, nella quale si lamenta "la povertà degli abitanti, la sterilità dei luoghi, la mancanza di ogni industria e traffico".Ottanta anni più tardi non c'è nessun mutamento nella situazione, così come viene descritta da Maironi da Ponte nel "Dizionario Odeoporico": gli abitanti sono pastori e carbonai e i pochissimi suoi campi non sono lavorati che a segale, orzo e patate: introdottevi queste ultime, non ha guari, a salvezza di questi infelici abitatori, che d'altronde vedevansi sovente esposti alla contingenza di restar vittime della fame".

Non è dato sapere in base a quale privilegio gli abitanti di Cusio confezionavano il caratteristico copricapo - detto como - che veniva usato per l'incoronazione dei Dogi di Venezia sulla scala dei Giganti al Palazzo Ducale. Forse ciò era dovuto ad una particolare abilità dei sarti locali che, emigrati a Venezia, non solo si affermarono nella fabbricazione di berretti doganali, ma ottennero anche di trasmettere la consuetudine, e il privilegio, ai loro discendenti. Fatto singolare, esistono tuttora, nella zona, delle famiglie che per questa antica attività portano la denominazione di "Capelér" (Cappellai). E si diceva: "No gh'è crapa fina de Venessia/sènsa capèl de albrembà" (Non c'è testa fina di veneziano senza cappello di valbrembano).

Fame e modestissime risorse non impedirono ai cusiesi di acquistare nel 1517 un grande polittico di Andrea Previtali per ornare la piccola chiesa parrocchiale. Un documento, conservato nell'archivio della parrocchia, narra come i capifamiglia deliberarono di tagliare legna sul Monte Avaro e di farne tanto carbone da riempirne tremila sacchi, per venderli poi, un soldo al sacco, ad un certo Federico di Valtorta. Il ricavato della vendita doveva appunto servire per dotare la chiesa di un'ancona.

Per l'economia della piccola comunità fu fondamentale il possesso del Monte Avaro e del Monte Foppa (detto anche Omomorto), per il cui "governo" venivano eletti due deputati. Del provento dei boschi e dei pascoli beneficiavano le famiglie del posto, alle quali venivano distribuiti annualmente i redditi; di conseguenza esse si opponevano all'immigrazione di altre persone che, partecipando ai benefici della comunità, potevano ridurre la quota spettante a ciascun nucleo. Per questo gli "originari" contrastavano i forestieri, sollevando eccezioni di ogni genere alla loro permanenza. Venezia cercò di porre termine alle ripetute ed inevitabili controversie con una ducale del 1674, nella quale si stabiliva che per diventare "originari" i forestieri appartenenti allo Stato veneto dovevano soggiornare nel comune per mezzo secolo; ai forestieri di altro Stato bastavano invece venti anni. Il paese mantenne il proprio esclusivismo anche quando una ducale ordinò che i forestieri fossero ammessi ad ogni ufficio e beneficio dei comuni: gli abitanti di Cusio continuarono ad essere gli unici ad accedere al governo della comunità ed a spartirne i benefici. Un decreto del viceré Eugenio de Beauharnais, nel 1806, abolì gli antichi privilegi, disponendo che i terreni degli "originari" passassero alla municipalità. Ciò diede origine ad una lunga controversia riguardante i possessi del Monte Avaro, che venne ereditata dall'amministrazione austriaca e che finì sui tavoli dei governanti dell'Italia unita.

Tutti i beni degli antichi "originari" costituiti dai pascoli del Monte Avaro e del Monte Foppa, dalle vaste abetaie poste a nord del paese, con sentenza definitiva e con la spinta del Podestà dell'era fascista, passarono al comune.

Essendo al centro di tanti interessi, il Monte Avaro è diventato argomento, quasi inevitabile di racconti e leggende.
Quando la strada di collegamento con gli altri centri della Valle (verso il 1750) permise a Cusio di aprirsi dall'isolamento, Cusio fiorì. Nella quiete della vallata, accanto alle folte abetaie crescevano a ridosso delle cascine robusti alberi di noce, che nella mente e nella mano dei nativi Rovelli diventavano preziosi simulacri, degni come pochi di entrare nella casa del Signore. Cassettoni, armadi, pulpiti, e confessionali si arricchivano di un'arte che, senza indulgere al virtuosismo, pur operando ad intaglio ed intarsi, esprimeva nelle figure e nelle decorazioni l'essenzialità di una trama convincente e riflessiva. Come del resto doveva essere l'anima di chi era cresciuto a Cusio fra questi monti, ritirandone l'impronta del carattere.
In passato a Cusio ebbe sede la dogana veneta, presenza che è da porre in collegamento con la vicinanza del confine e del Passo di Salmurano.
L'edificio si trova nelle vicinanze della chiesa, anche se molto deteriorato, possiede ancora belle finestre ovali alla veneziana, un bel portale in pietra bianca locale, una meridiana ad affresco sulla facciata; numerosi affreschi sono stati recuperati e trasferiti nella chiesa parrocchiale; purtroppo una notevole raccolta di volumi gelosamente custoditi dal vecchio proprietario Tobia sono stati dati alle fiamme dal figlio negli anni quaranta, dopo la morte del padre. Altri portali di bella fattura in pietra bianca ad arco si trovano in Via Centrale nella parte vecchia del paese.
La costruzione più importante è la chiesa parrocchiale fondata nel '400.
Durante gli anni '60 la principale risorsa di Cusio era l'emigrazione. Il censimento del 1961 dava assenti per lavoro 125 abitanti ed altri 61 per motivi vari, mentre i presenti erano in tutto 330. L'unica attività possibile era legata alle modeste risorse agricole, costituite principalmente, se non unicamente, dal foraggio.
Boscaioli e muratori trovavano lavoro soprattutto in Francia, dove emigravano in squadre composte per lo più da elementi legati fra loro da vincoli di parentela; le donne trovavano invece occupazione in Svizzera, nei servizi domestici o come personale alberghiero.
Oggi, si cerca di puntare sul turismo avvalendosi soprattutto del Centro Sportivo (comprendente campo di calcio, di tennis e di pallavolo con servizio di bar, bagni e docce; della pista di fondo del Monte Avaro e della possibilità di passeggiare circondati da una natura meravigliosa.

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